<Possiamo aiutarti/>

Che cosa stai cercando?

>Cultura >25 11 365

25 11 365

Se domani non rispondo alle tue chiamate, mamma.
Se non ti dico che non torno a cena. Se domani, il taxi non appare.
Forse sono avvolta nelle lenzuola di un hotel, su una strada o in un sacco nero (Mara, Micaela, Majo, Mariana).
Forse sono in una valigia o mi sono persa sulla spiaggia (Emily, Shirley).
Non aver paura, mamma, se vedi che sono stata pugnalata (Luz Marina).
Non gridare quando vedi che mi hanno trascinata per i capelli (Arlette).


Cara mamma, non piangere se scopri che mi hanno impalata (Lucia).
Ti diranno che sono stata io, che non ho urlato abbastanza, che era il modo in cui ero vestita, l’alcool nel sangue.
Ti diranno che era giusto, che ero da sola.
Che il mio ex psicopatico aveva delle ragioni, che ero infedele, che ero una puttana.
Ti diranno che ho vissuto, mamma, che ho osato volare molto in alto in un mondo senza aria.
Te lo giuro, mamma, sono morta combattendo.
Te lo giuro, mia cara mamma, ho urlato tanto forte quanto ho volato in alto.


Ti ricorderai di me, mamma, saprai che sono stata io a rovinarlo quando avrai di fronte tutte le donne che urleranno il mio nome.
Perché lo so, mamma, tu non ti fermerai.
Ma, per carità, non legare mia sorella.
Non rinchiudere le mie cugine, non limitare le tue nipoti.
Non è colpa tua, mamma, non è stata nemmeno mia.
Sono loro, saranno sempre loro.


Lotta per le vostre ali, quelle ali che mi hanno tagliato.
Lotta per loro, perché possano essere libere di volare più in alto di me.
Combatti perché possano urlare più forte di me.
Perché possano vivere senza paura, mamma, proprio come ho vissuto io.


Mamma, non piangere le mie ceneri.
Se domani sono io, se domani non torno, mamma, distruggi tutto.
Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima.
[Cristina Torres Cáceres, 2011]

Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, Arci: disertiamo il patriarcato

L’Arci non fa silenzio. È dalla parte di chi rifiuta di confinare il dolore cocente per la violenza maschile contro le donne al solo piano “privato”, relazionale. Bene hanno fatto ragazzi e ragazze a disubbidire al rituale silenzio proposto dal ministro Valditara e gridare la loro condanna dei carnefici e della società che li alleva.

Tutta l’Arci è sconvolta per la mostruosità dei femminicidi e delle guerre dove il corpo delle donne è usato come “campo di battaglia” o “bottino di guerra”, ma sceglie di trasformare dolore e rabbia in azione. All’orrore rispondiamo, ogni giorno, in ogni circolo, laboratorio di una società differente, con l’attivismo, l’impegno culturale e politico pacifista, femminista, transfemminista.

In Italia nel 2023, sono state oltre cento le vittime del patriarcato assassino, epilogo terribile delle discriminazioni, delle molestie, delle violenze di genere.

I femminicidi sono un’emergenza. Ed è un’emergenza anche il linguaggio d’odio che si riversa ogni giorno sulle donne e sulle persone Lgbtqi+.

Si inizia dalle parole, poi si arriva alle discriminazioni (1 milione 404 mila sono le donne che hanno subito molestie sul luogo di lavoro), alle violenze e perfino alle uccisioni.

E poi c’è la guerra. La guerra che non ci dà pace. Devasta vite, ambiente, democrazia, diritti. È l’espressione estrema del patriarcato, agito da uomini violenti che vogliono affermare il proprio potere, controllare e appropriarsi dell’ambiente, dominare la natura, i popoli e soprattutto le donne.

“Il 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, l’attenzione – sottolinea Celeste Grossi, delegata nazionale Arci Politiche di genere – è rivolta alla violenza di genere agita all’interno del rapporto uomo-donna. Questo approccio non può oscurare, occultandola, la rilevanza sociale e politica, connessa alla violazione dei diritti umani delle donne. Come se non ci fossero responsabilità delle istituzioni nella scarsa prevenzione (nella proposta di Legge finanziaria si prospetta addirittura un taglio di fondi ai Centri antiviolenza e di agire a posteriori con pene invece di prevenire il fenomeno), nel divario salariale, nell’assenza di un reddito di autodeterminazione, che consenta alle donne di allontanarsi dai loro carnefici, nella disattenzione alla salute di genere, nella scelta di destinare a spese militari fondi che andrebbero usati per il sociale, nella perdita di diritti che ci illudevamo di aver conquistato per sempre”.

Il 25 novembre e tutti i giorni dell’anno lottiamo perché il corpo delle donne sia il primo territorio di pace e di libertà, perché stupro e violenza sessuale non siano mai più armi per l’affermazione del potere maschile sui corpi e sulle menti delle donne.

La rivoluzione è la cura per la società violenta e degenerata.