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Massimo Zamboni: La Macchia Mongolica

18 Febbraio | 9:00 pm - 11:30 pm

VENERDI 18 FEBBRAIO 2022 H.21:00 – Ingresso con tessera Arci e Green Pass rafforzato

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È il 1996, Massimo Zamboni parte per la Mongolia in un viaggio al seguito di una troupe televisiva locale. È lì assieme alla moglie, a Giovanni Lindo Ferretti e ai componenti dei CSI. La Mongolia che si trova davanti corrisponde e supera l’immaginario costruito in anni di fantasticazioni, letture, ricerche: quella terra mitica – resa immortale dalle gesta di Gengis Khan, attraversata da Marco Polo, conquistata dalla Russia sovietica – stordisce e risuona in Zamboni come una radice scoperta, un’appartenenza ancestrale pari solo a quella dei boschi emiliani.
Da quel viaggio in Mongolia non solo prenderà vita Tabula rasa elettrificata, uno dei dischi simbolo dei CSI, ma si manifesterà per la prima volta in Massimo e sua moglie il desiderio di avere un figlio. Caterina nascerà due anni dopo, con una macchia inequivocabile: una sorta di voglia, un piccolo livido destinato a scomparire nel tempo, la cosiddetta “macchia mongolica”. Questo segno detterà per sempre anche in lei la partecipazione a due mondi spirituali e fisici, l’Emilia dei padri e la Mongolia del desiderio.
In quanto colonna sonora, il disco ed il live sono composti quasi interamente da strumentali (fa eccezione Lunghe d’ombre, lenta riflessione sull’accettazione delle molte perdite e dissoluzioni “comprese” in partenza nell’atto di esistere – un concetto simile era espresso riguardo al tempo e all’oblio nella succitata introduzione al volume del 2005), tendenzialmente dilatati tra droning, le chitarre lunghe già di Linea Gotica, note di didgeridoo, aperture pinkfloydiane (l’iniziale Ome Ewe) o trip hop come lo facevano gli Ustmamò di Ust, qualche incalzare di percussioni e riff talvolta elettrici (Sugli Altaj), talvolta acustici (Casco in volo).
Brani la cui natura di frammenti può ricordare, a proposito di Pink Floyd, un disco come The Endless River, mentre suggeriscono che avrebbero potuto anche funzionare e acquistare maggiore personalità se si fosse provato a trovarci una parte cantata. Ma il punto, e forse proprio il senso del disco (sempre almeno gradevole), è che Zamboni trova in quelle lande, poco abitate e per certi versi caratterizzate da un modo di vivere antico, un terreno adatto al pulsare dilatato e riflessivo che caratterizza il suo stile fin dagli ultimi CCCP: questa, un po’ come il progetto Alone di Maroccolo, sembra la colonna sonora, più che del documentario connesso, di un viaggio attraverso paesaggi e ritmi di vita antichi e silenziosi, lontani dal caos frenetico occidentale.
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Dettagli

Data:
18 Febbraio
Ora:
9:00 pm - 11:30 pm
Categoria Evento: